Tipi di Tipi

Lo ammetto: sono un individuo piuttosto chiuso e solitario. Parlo a ruota libera (e sono persino logorroico) solo con i pochissimi amici che ho, mentre in mezzo a gente nuova tendo a stare in disparte e a muovere le labbra il meno possibile.
Non è un pregio, purtroppo. Ma è un difetto che, invero, mi dà il tempo per osservare tutte le persone che mi stanno attorno, e che si parlano e si conoscono e si raccontano di loro.
E’ un hobby che non ho nemmeno mai saputo di avere, anche se in realtà abbiamo sempre vissuto insieme, io e lui.
Mi intrippo a guardare le persone e a classificarle, per poi accorgermi che alla fine c’è un numero di categorie, per quanto grande, piuttosto ridotto. Sono raggruppabili in una serie di insiemi dei quali prendo nota. Il mio catalogo mnemonico, come una sorta di album di figurine, mese dopo mese si arricchisce. Ci sono i frequentatori di strade e mezzi su ruote, i possessori di cellulari, la gente all’ipermarket… ho catalogato di tutto un po’ e qualcuno mi ha scritto per sapere se sono davvero così poco tollerante, se davvero odio il mondo come si evince da quanto scrivo.
Ma no, certo che no. Dirò di più: per milioni di volte io stesso mi sono trovato in una delle categorie che descrivo. C’est la vie. E’ la via.
In realtà, le persone che mi stanno un po’ qui (per non scrivere sempre sul culo, sul cazzo, ché a volte un po’ di contegno non fa male) sono davvero poche.

L’altra sera, invitato ad una festa di amici di un amico, in una sorta di disco pub affittato, mentre stavo seduto in disparte, come mia consuetudine, mi sono accorto che i tipi che mi stanno antipatici erano tutti lì.

C’era IL SIMPA, per esempio. Il simpa non è simpatico, ma fa il simpatico. Quelli che fanno i simpatici sono la razza peggiore presente sulla faccia della terra. Hanno questa pessima abitudine di voler far ridere a tutti i costi e non ci riescono praticamente mai, imbarazzando te e loro. Sono patetici. Li riconosci perché fanno una battuta e poi si ammazzano dal ridere. Se gli sei vicino e mantieni – come è logico – un’espressione impassibile, te la spiegano.
Cercano in tutti i modi di tirarti nella risata, e tu ne accenni una sforzata ma si capisce che sforzi. Se sono fidanzati, sono causa di imbarazzo anche per il partner, a meno che non facciano entrambi parte della stessa razza. In questo caso, vivrai in un terrificante teatrino dell’assurdo fino a quando la scusa buona da sfoggiare salterà fuori e lascerai entrambi alla loro simpatia.

E che dire dei CONSIGLIERI? Li conosci da trenta secondi eppure hanno già un consiglio da darti. Se sei in procinto di fare qualcosa (un viaggio, una spesa, una manciata di fatti tuoi) loro l’hanno già fatto e ti spiegano subito la strada migliore, la scelta migliore, la decisione migliore.
Quella di mandarli affanculo, ma l’educazione ti frena.

L’INTENDITORE era appoggiato al bancone, dove stava chiedendo un bicchiere di Ardbeg, un whisky eccellente per il tardo pomeriggio, con un aroma pieno, di torba, lievemente di medicina.
E’ simile a un consigliere, ma più che darti consigli ha interesse nel farti sapere che lui se ne intende. Di tutto, ovviamente. Dalla più grande minchiata al segreto della vita, lui ha una discreta conoscenza, e solitamente smantella la poca che hai tu.
A volte te la demolisce anche con faccia schifata, guardandoti dall’alto in basso, oppure con un sorriso che ti concede pietà. Se cambi argomento, ne sa anche di quello, e così all’infinito.

Il FIN TROPPO ONESTO non manca mai. E’ uno che non sa ancora chi sei e ti snocciola un punto di vista che prevede l’ovvia coglioneria della fazione opposta. Nella quale potresti esserci tu. Forse perché sicuro di riconoscere sempre i suoi simili, il tizio di questa specie fa affermazioni categoriche senza sapere la categoria di appartenenza del suo interlocutore. Dice cose tipo “Quelli del G8 sono tutti dei drogati” a uno che è stato manganellato dalla polizia a Genova; “Quella ragazza è un cesso” al fidanzato della ragazza e ai suoi amici; “Gli arbitri sono tutti dei cornuti” a un arbitro e via di questo passo.
La versione professional è questo tizio che oltre a sentenziare senza sapere dove sta gettando l’immondizia ti fa anche sorrisini complici o addirittura ti dà una pacca sulla spalla, convinto che non puoi che essere della sua idea.

LA MITRAGLIA, invece, è quel tipo che dopo averti agganciato inizia a parlare e lo fa per un periodo così lungo che alla fine non solo tu non ti ricordi tutto quello che ha detto, ma non se lo ricorda più nemmeno lui.
Dopo venti minuti – senza interruzioni e senza prender fiato – di ascolto continuo, perdi proprio il senso delle parole, che si amalgamano e diventano suoni intermittenti come quelli di un telegrafo. C’è un momento nel quale arrivi ad odiarlo, ad augurargli la morte. Qui. Ora.

L’UBRIACO COLLOSO è in ogni caso quello che amo di meno. Mi spiace, anche perché io sono ubriaco il 90% delle volte in cui mi trovo a una festa, ma così come adoro quelli pacati e in pace col mondo, odio quelli che ti si appiccicano addosso e con un braccio rigorosamente sulle tue spalle per tenersi in piedi ti soffiano nelle orecchie frasi sconnesse di alito caldo e puzzolente, e ti coinvolgono nei discorsi più astrusi e spossanti… e se cerchi di defilarti si offendono pure.
Non manca la versione professional, che nell’offesa vede un affronto da lavare con il sangue, andando a creare immantinente l’immancabile siparietto del “momento di tensione”, che è un classico di ogni festa che si rispetti, come il gioco della bottiglia.

Quanto a momenti di tensione non è stato male nemmeno SCHERZETTO, che è un altro di quei tipi ai quali inietterei soda caustica nei bulbi oculari, mentre li ho di fronte.
Scherzetto se arriva da dietro ti piega le ginocchia con le sue per farti cadere, oppure ti afferra le balle (che è un grande classico). Le balle te le afferra anche da davanti (un classico non ha limiti direzionali).
Davanti, può farti anche la mossa, che dovrai ovviamente pagare in caso di spavento, oppure un altro evergreen: il pizzicotto sul capezzolo. Quest’ultimo può lasciarti lividi anche per settimane, quindi è un buon modo per farsi ricordare, se vi servisse un’idea originale per amici e/o parenti.

E per finire è arrivato FICHETTO, che è uno che ti guarda i vestiti e sembra stia pensando di pisciarci sopra, ai tuoi jeans non pulitissimi. In vacanza ci va sullo yacht, le sue scarpe costano 300 euro, è amico di due letterine di passaparola e di un calciatore, pippa la coca, ha la macchina da gran figazzo dei figazzi, il bronzo impeccabile e tu sei una merda. E questo vorrebbe fartelo capire fin dall’inizio.
Ma anche se ti schifa non si leva dai coglioni, e sta invece lì a farti una lista di quello che ha e che fa e che può avere e che può fare e di chi conosce e di chi si scopa e se il mondo avesse un buco del culo io ci starei infilando il mio pene.

Quando stavo per farcela a imboccare il cammino del rientro, mi ha blindato alla porta PAGINE GIALLE, che è un tipo inquietante che probabilmente tiene un gigantesco albero genealogico mondiale appeso alle pareti della sua cameretta.
Mi bisbiglia “Ciao, mi hanno detto che sei di Pisciacavolo, è vero?”
“Sì, perché?”
“Oh, ma allora conosci la Deborah!”.
“Bo? Deborah chi?”
“Deborah quella che ha fatto il linguistico a Pirzonate, che era in classe con la Mariella, quella di Busonello. I suoi genitori hanno una macelleria. O forse una lavanderia. La macelleria forse è dei genitori della Simonetta.”
“Guarda, io non è che conosco proprio tutti…”
“Ma il Mario? Lo conosci il Mario? Troppo forte… Abbiamo fatto ragioneria insieme, a Brinzio. C’erano lui e anche l’Alberto, di Pisciacavolo, quell’anno lì, poi l’Alberto ha smesso per andare a lavorare. Adesso che lavoro fa?”
“Ma Alberto chi?”

Regalandogli un paio di pettegolezzi freschi da aggiungere al suo who’s who del mondo intero sono riuscito a defilarmi e a raggiungere la macchina, evitando accuratamente L’AMICO MIGLIORE CHE SI POSSA AVERE.
La pensa sempre come te, ma solo quando parla con te. Se parla con un altro, la pensa come lui. Se parla di un Altro a te, ti dice che l’Altro è un coglione. Se parla di te all’Altro, gli dice che sei un coglione. Tiene il piede in tutte le scarpe possibili. E’ amico di tutti e in realtà non è amico di nessuno.

Ma almeno questo riesco ad evitarmelo. Non dovrò sapere quanto mi stima, per questa volta. Sono finalmente fuori, tra il silenzio nel quale si espande il rumore del motore acceso, Strange Days di Franco Battiato nell’autoradio e poi la strada di casa.
A casa, dove ogni cosa mi è amica, dove posso sprofondare nel divano o in una tazza di te, o mettermi davanti al computer e scrivere qualcosa.
E mentre faccio il primo tiro della prima sigaretta fumata di fronte al monitor, mi accorgo che in realtà non mi sta più sul culo nessuno.

€uro

Io lo sapevo che le cose sarebbero cambiate, ma gli specialisti alla TV dicevano che il mio allarmismo era totalmente ingiustificato.
L’arrivo dell’euro, a sentir loro, sarebbe stato un problema solo per qualche vecchio rincoglionito o per due analfabeti sbarcati qui dopo esser vissuti su un baobab.
Invece, sto cazzo.
Questi scemi hanno fatto i conti solo con una metà dei nostri cervelli, quella che ci ricorda che un euro vale quasi due vecchie carte.
Ma l’altra metà, che vive di sentimenti, di emozioni, di ricordi e di fantasie, non l’hanno proprio considerata. La metà di cervello che mi fa vedere un euro come se fosse una monetina da nulla, che mi fa cacciare i cinque euro in allegria… “Quanto fa?”, “Cinque euro!”, “Solo? Ecco a lei!”.
E un vecchio deca se ne è andato…
L’altro giorno ho comprato delle stronzate allucinanti al supermercato, perché erano in offerta “TUTTO A 3 EURO”. Mi sono detto “Be’, però, solo tre euro…”.
Se fossero costate seimila lire, non le avrei mai comprate.

So benissimo che l’hard disk da 270 euro che ho preso un paio di mesi fa mi ha fatto volar via più di mezzo milione, però quando ho visto il prezzo l’altra parte del mio cervello mi ha proprio strillato nelle orecchie “270 euro? Cazzo, compralo subito!”

Tutto sembra dimezzato, e alla fine i vecchi rincoglioniti li trovo al supermercato con le loro brave calcolatrici, al punto che la prudenza li porterà a risparmiare e io, il giovane sveglio, a comprare stronzate perché costano solo.

Dall’arrivo dell’euro sono diventato povero. L’altro giorno sono andato in banca e mi sono accorto che avevo più soldi nel cruscotto della macchina.
Tutta questa maledetta moneta la butto lì, perché è nel mio DNA, perché lo faccio da quando ho la macchina, perché da sempre, sempre, sempre, abbiamo avuto questa sorta di stizza nei confronti della moneta. L’abbiamo sempre sottovalutata. Magari mi fermavo a raccogliere 50 lire solo per il gusto di averle trovate, e poi se me ne cadevano a terra 200 mi permettevo il lusso di lasciar pedere, se non le trovavo al volo.
Appena salivo in macchina, travasavo le monete dalle tasche al cruscotto.
E continuo a farlo, ma ora queste maledette monete valgono una fortuna. Qualche notte un drogato mi sfonderà i vetri solo per rubarmi le monete dal cruscotto. E non c’è verso di liberarsene. Appena compro qualunque cosa, allungo una banconota e mi ritornano manciate di merdosissime monete.
Io le poso da qualche parte, poi devo pagare 12,65 e la ruota ricomincia a girare. Ora mi sono imposto di mettere tutte le monete vaganti in un salvadanaio, così alla fine dell’anno, quando lo aprirò, riavrò indietro la metà dei miei soldi.

E mi sembrano sempre pochi. Se prima uscivo di casa con 50 carte mi sentivo ricco. Se adesso ho in tasca 20 o 25 euro mi sembra di non essere abbastanza coperto. E se mi succede qualcosa? Se mi capita di aver bisogno? Vabbé, dai, prelevo. E via di bancomat, dal quale prelevo cifre che vanno dai 50 ai 100, come una volta. Solo che adesso in realtà ne sto prelevando dai 100 ai 200, ma si torna alle due metà di cervello. Il taglio più piccolo è 20, e quella mia parte di cervello mi dice: “20?? Ma che cazzo fai, prelevi solo 20? Ma allora non prelevare nemmeno…”. E così prelevo cinquanta. Se non ho un niente da fare. Se sto per andare da qualche parte con gli amici, prelevo 100.

Quando i DVD costavano 40.000 lire ne compravo molto pochi, ma da quando costano solo 19,95 euro ne compro molti di più. Stessa cosa per i giochi: 120 carte per un videogioco erano decisamente troppe, ma ora che costano solo 50 euro, o 60, allora tutto cambia e sulla mia mensolina i giochi aumentano in allegria.

Nel frattempo, inoltre, tutto è silenziosamente aumentato. Le mie Lucky Strike, per esempio, che costano 3 euro al pacchetto, per fare cifra tonda. Le cifre tonde non so quanti centesimi o millesimi mi avranno già spillato, ma ho paura che se mi mettessi a contare anche quelli un po’ mi girerebbero le gonadi.
D’altra parte, i piccoli tagli sono terrificanti. L’autostrada fino a Milano mi costa 2,10€ e se per caso ho appena svuotato il cruscotto e non ho quei merdosi dieci cent mi trovo in cambio una bella manciata di monetine del cazzo, che poso nel cruscotto e dimentico lì. Quindi è come se l’autostrada l’avessi pagata 10€, perché è proprio quella la cifra che ho smesso di possedere da quando sono sceso dalla macchina.

Dei distributori automatici di sigarette e quant’altro non voglio nemmeno parlarne. Davanti a loro, mi accorgo che anche la mia confidenza con l’aspetto esteriore dell’euro è ancora piuttosto acerba. Per esempio, non ho ancora capito da quale cazzo di parte si infila la banconota. Su 1000 distributori, ne avrò trovati 5 che avevano il disegnino con la banconotina e la freccina. In tutti gli altri, sono andato per tentativi. In almeno 150, non c’è stato verso di infilare la banconota. Alla fine sono sempre dovuto tornare alla macchina e prelevare un paio di manciate di monete per tentare con quelle.
I distributori, tra l’altro, restituiscono resti da un euro e cinquanta al massimo, quindi se sei sfigato e hai solo una banconota da dieci euro devi comprarti 18 vecchie carte di sigarette. E se eri lì solo per comprarti un pacchetto di cicche avrai l’alito profumato per i prossimi sei mesi.

Cellulari

La prima volta che sono apparsi ho pensato che potevano tornare utili. Poi, che come sempre l’aspetto aveva preso il sopravvento sulla funzione primaria ed erano diventati delle minchiate. Infine, mi sono ricreduto e ho detto vabbé, però se mi si ferma la macchina in mezzo alla campagna poter telefonare a qualcuno non dev’essere male…
E così me lo sono comprato. Anzi, il primo è stato quello di mio padre, che mi prestava al sabato sera, così potevo avvisare se tardavo (e avvisavo ogni sabato, infatti).

Era un telefonino delle prime generazioni. Pesava circa un chilo, aveva due o tre suonerie (lenta, veloce e così così), nella rubrica ci stavano sei numeri e prendeva se avevi un ricevitore della Telecom nella bat-cintura.

Il primo cellulare, quello di mia proprietà, me lo sono fatto nella maniera più romantica: uno you & me comprato per me e per la mia fidanzata dell’epoca. Era un pacchetto convenienza: due cellulari da spender poco in una confezione unica e due schede telefoniche con contratto you & me. Si è rivelata un’idea eccezionale: dopo essere stato lasciato, potevo telefonarle per insultarla spendendo la metà.
Si trattava di un altro macinino da poco, ovviamente. Per mandare un sms dovevi ricordare il numero a memoria, perché non lo potevi scegliere dalla rubrica. Poco male: la rubrica avrà avuto dieci numeri sì e no. Aveva una decina di suonerie. La prima faceva un bip, l’ultima ne faceva dieci.

Dopo essermi licenziato da dove lavoravo in quel periodo, con la liquidazione mi sono comprato un telefono un po’ più all’avanguardia, che aveva cinquanta numeri in rubrica e una ventina di suonerie (o forse persino di più, non ricordo).
Addirittura, una te la potevi mettere tu, componendola con il compositore o scaricandola gratis da Internet (altri tempi: una volta le suonerie si scaricavano senza dover telefonare in Cile).
Il compositore era – ed è – uno strumento di tortura. Quelli che si compilavano giochi e programmi sui vecchi pc con i listati trovati sulle riviste mi capiranno. Ma come si fa a farsi una suoneria con quel coso? C’è da perdere il senno. I primi giorni mi ci ero anche messo, con l’entusiasmo tipico di chi si trova tra le mani uno strumento con il quale poter creare.
Mi era successo qualcosa di simile anche con il primo Macintosh comprato. Per un certo numero di giorni era tutto uno stupirsi. Ma che figata! Ma che figata! Posso fare questo, posso fare quello. Poi non ci ho mai fatto niente, ovviamente. Idem il compositore di suonerie.
Quattro o cinque ore per mettere insieme qualcosa che sembrava un pezzo di dodecafonica schonberghiana suonato da Sid Vicious.

Ed è proprio dalle suonerie che probabilmente è iniziato tutto. Che questo mondo civile nel quale viviamo, ovvero, si è trasformato in un territorio dove deambulano zombi con il telefono all’orecchio, con il microfonino appeso al collo, con i cazzi propri sempre raccontati lungo la strada, ad uso e consumo di ogni passante con la voglia di sapere come ti va la vita. Mi fermo in un punto qualunque di una strada affollata, mi guardo attorno e non ci posso credere. Ci sono decine, anzi centinaia di persone che stanno parlando al cellulare! Ma cosa dovranno dire a quello che c’è dall’altra parte. Come abbiamo fatto fino ad oggi? Come siamo riusciti a sopravvivere senza una cosa che adesso ci riempie il 90% della vita?
E li coccoliamo, ci prendiamo cura di loro, li personalizziamo. Le cover, i loghi, le suonerie…

La prima volta che la colonna sonora di Guerre Stellari è sbucata da un cellulare tutti si sono sentiti uno squallido gregge incolore e il tipo del cellulare stellare deve aver eiaculato. Da lì in poi, la corsa. Suonerie e poi loghi e poi frontalini e poi e poi e poi.

E adesso, le persone sono diventate così:

SMS DIPENDENTE: La sua vita scorre tutta su infinite ragnatele di sms sparsi in giro, con i quali ha dato appuntamenti e programmato spese. Non parla e non telefona più a nessuno. Manda, invece, un sms, che è più comodo.
Anche se sei seduto con lui al tavolo di un bar, ti manda un sms.
Ti messaggia, per dirla in gergo corrente. Bella lì, ti messaggio in questi giorni. Vai tranquillo, messaggiami pure.
I più smaliziati te li mandano contratti. K al posto di CH, XKE’ al posto di PERCHE’ o anche solo SAB al posto di SABATO. E levano le vocali. Ti arriva roba tipo “xké sab nn 6 ven? t ho asp x 2 ore!”

IL PRIVATO E’ POLITICO: Dopo aver sottoscritto questo motto, ha deciso di condividere con il resto del mondo la sua esistenza. Si presta a questo Truman Show parlando dei fatti propri solo ed esclusivamente al cellulare e – soprattutto – solo ed esclusivamente in mezzo a gente che non conosce e ad alta voce.
L’altra sera un tizio mi si è seduto di fronte a un tavolo del Ciao all’autogrill; dopo due secondi stava spiegando a un tale dal quale voleva del lavoro i suoi problemi economici e, già che c’era, anche quelli sentimentali con la moglie. Che forse, addirittura, si vedeva con un altro.
Una variante, credo voluta e non inconsapevole, è quella del capo del mondo, un tizio giaccaincravattato che a voce alta licenzia persone, sposta miliardi e cazzia segretarie. In un mondo che quasi certamente esiste solo nella sua fantasia, tra l’altro.

007: Di tutte le figate che il cellulare non ha, quella che invece ha è la possibilità di vedere chi ti sta chiamando. E’ una soddisfazione. Puoi prepararti alla telefonata. Persino non rispondere. Quindi, confesso che quando leggo sul display numero privato mi rode un po’ il culo. Questa sorta di telefonata a sorpresa mi ricorda i tempi tetri del telefono canonico, mi angoscia, mi rende impotente. E mi fa anche un po’ incazzare. Come se uno vi suonasse al videocitofono e poi si nascondesse dietro al muro.

MAI PIU’ SENZA: Ne ha dodici. E dodici numeri diversi. Quando ti dà il numero lo fa dicendo “Chiama su questo. In linea di massima su questo rispondo sempre, comunque se non rispondo prova su questo. Se è staccato, fai questo, oppure questo, che è quello che uso per lavoro. Se no c’è questo ma potrebbe risponderti la Cinzia. In ogni caso, se è urgente mandami un sms su questo, che lo tengo sempre spento ma ogni due tre ore lo controllo”.
Se ve lo mettete in rubrica poi non vi sta più nessuno.

GENERAZIONE A: Come Ambra, anche lui vive con un’appendice plastica collegata al suo cervello. Ha un microfonino invisibile dentro al quale parla continuamente, facendo sentire idioti tutti quelli che stanno attorno a lui perché si credono, di volta in volta, chiamati in causa. Ti prendi un caffé al banco di un bar e sei circondato da questi tizi che sembra ti stiano parlado, o che parlino da soli come matti, e invece stanno parlando nel loro maledetto cellulare.

GENERAZIONE A IN AUTOMOBILE: Sono in macchina da soli. Non c’è nessuno, sei sicuro. Te li vedi accanto oppure vedi i loro volti dallo specchietto retrovisore. E parlano, ridono, si incazzano, urlano, sbraitano, gesticolano. E non c’è nessuno. C’è solo un viva voce infilato da qualche parte, che sostituisce l’amico immaginario di un tempo.

IL BAMBINO DENTRO: Ha cinquant’anni e la suoneria dei Pokemon. Sei seduto accanto a un uomo distinto sul treno, senti la colonna sonora dei Flinstones e il tizio distinto estrae il telefono imbarazzato: è il suo.

AVANTGARDE: Non gliene frega nulla di telefonare: quello che conta, per lui, è avere l’ultimo modello. Con il display a colori e che può fare le cose più incredibili. Cellulari che fotografano, filmano, suonano, cantano, ballano… Lui deve avere l’ultimo uscito. Lo aspetta all’uscita, anzi.
Ti mostra tutte le sue funzioni (i videogiochi a colori e lo screensaver a colori e le suonerie strafighe…) e l’unica loro vera funzione è quella di essere mostrate a Tizio e a Caio e mai usati, fino al giorno in cui una nuova funzione vedrà la luce e ci saranno nuove bazze da sfoggiare.